E’ un tema complesso quello dei conflitti e della loro gestione nelle organizzazioni e nei luoghi di lavoro. Voglio ora soffermarmi sugli effetti emotivi dei conflitti  e di come la Mindfulness possa essere un valido aiuto per riuscire a superare modalità relazionali e comunicative ripetitive e disfunzionali, nonché, diciamolo, anche molto dolorose. 

Come si esce dalle prigioni della mente che rendono le relazioni difficili e le organizzazioni luoghi ostili che impediscono cambiamenti ed innovazioni salutari?

I conflitti sono un’opportunità che le organizzazioni dovrebbero cogliere come sintomo che qualcosa nel sistema va rivisto. Le persone coinvolte nel conflitto sono parte del sistema, non vanno lasciate sole come se fosse una loro questione personale, stanno reagendo a qualcosa che l’organizzazione molto probabilmente ha contribuito a creare.

Ancora prima di mettere mano ai cambiamenti organizzativi, di ruolo e funzioni, ecc.. vanno ascoltate le persone

Il rischio altrimenti è quello di fare operazioni di facciata, che durano il tempo in cui il capo gira l’angolo, che stanno bene nelle presentazioni, e nelle mission descritte, e dimenticate, sui siti. 

Solo attraverso un’esperienza personale che aggiunge consapevolezza, posso promuovere ed attuare un cambiamento durevole e sostenibile per me e per l’organizzazione. La mindfulness ed il coaching aiutano ad andare in quella direzione.

Il racconto di malessere

Quando siamo dentro nel malessere, la visione si restringe, si focalizza sui dettagli e cerca, come un segugio, conferme al malessere. Il resto non è più visibile, né preso in considerazione, passa sullo sfondo.  La narrazione si fa claustrofobica, chiusa dentro un vicolo in cui le vie di uscita sono alternativamente, l’autocommiserazione e la spinta ad esplodere. La realtà è percepita come contratta, limitata, senza sfumature, con uno schema di gioco rigido, quella della vittima e del carnefice. Un gioco al massacro e massacrante. La rabbia verso i colleghi, verso l’azienda, si alterna alla rabbia verso se stessi. Non sembrano esserci altre opzioni.

Mi è rimasto ancora in mente un dialogo, di qualche anno fa, con un uomo e la sua vergogna per sentirsi in balia della sua emotività, per non essere un uomo tutto d’un pezzo. Un uomo, molto capace nel suo lavoro, preciso, meticoloso, affidabile, come solo chi soffre d’ansia sa essere. Un uomo ambizioso ma chiuso nella gabbia arrugginita del lamento. Avrebbe voluto farsi macchina, diventare robot. Non voleva né poteva comprendere nessuna ragione altrui o assumere anche solo temporaneamente altre posizioni che gli permettessero di fare nuove ipotesi, cogliere possibilità e altre vie di uscita.  Quando si raccontava con tutto quell’astio verso gli altri e se stesso, ricordo d’aver pensato a quanto fosse paradossale la sua richiesta, proprio mentre la scienza studiava il modo di rendere comprensibili e traducibili le emozioni alle macchine, ai robot.

C’è posto per il coaching quando tutto sembra inutile?

Ho così realizzato quanto ogni tentativo di individuare, in quel racconto, movimento ed apertura, fosse inutile, sconfitto dal: tanto ma, so già che non cambierà nulla… 

La realtà era quella che lui descriveva e qualsiasi altra lettura, avrebbe solo rinsaldato il suo non sentirsi compreso, la sua profonda rabbia e solitudine. Il dialogo, riflessivamente, avrebbe portato anche me a sentire quel senso di impotenza e rabbia. 
Proprio questo sentire sulla mia pelle mi ha portato a chiedergli di stare sulla sua esperienza, sul suo malessere, andargli incontro, stare proprio lì, dove già eravamo. 

Cosa vuoi farne allora di questo sentire, cosa vuoi farne della rabbia e dell’impotenza?

Di fronte a quell’ingiustizia, a quelle disfunzionalità, a quel essere capo ma non sentirsi riconosciuto come leader, lui come stava? Cosa sentiva se non si lanciava sugli altri, se non scivolava dritto nella prigione del suo racconto, se si fosse fermato un poco prima, sulla soglia? 
Un invito a fermarsi, e portare il focus all’interno, fare pausa. Semplicemente  stare e sentire il malessere senza aggrapparsi in automatico alla solita storia nota, e chissà quante volte ripetuta. 

Rabbia e avversione sono una reazione, emozioni secondarie, cosa c’è poco prima? Poco prima di scivolare nel lamento, nella chiusura, cosa trovo?

La pratica Mindfulness

Lasciamo depositare la confusione dei pensieri come si deposita la sabbia sul fondale quando il mare smette di essere agitato. Calmiamo le nostre acque interne e aspettiamo che tornino ad essere cristalline. Accogliamo senza giudizio, senza commenti, quello che sentiamo.

Con l’aiuto di una pratica costante, posso ritrovare quella centratura, quella lucidità e libertà emotiva e mentale, che permettono di andare oltre i pattern noti e limitanti.

Posso riconoscere in questa amorevole, accettante intimità quali sono i bisogni ignorati e come voglio nutrirli? Ritrovo, lentamente, respiro dopo respiro, il contatto con quell’aspirazione al cambiamento sopita dalla rabbia accumulata. Potrò allora chiedermi quale intenzionalità voglio seguire per stare meglio, e dare espressione e voce al mio potere, al mio potenziale? Quali istanze voglio comunicare, quali sono le mie priorità irrinunciabili e quali azioni voglio mettere in atto, con la consapevolezza ritrovata? Potrò, da questa nuova posizione, assumere uno sguardo più ampio, aperto, prefigurarmi altri scenari, per agire ed intervenire positivamente nella direzione del cambiamento.

L’accettazione che si apprende attraverso la pratica della mindfulness non è il rassegnarsi al malessere, o il leccarsi le ferite, e non è neanche minimizzare le disfunzionalità organizzative decise qualche piano più in alto. L’accettazione mindfulness è un primo passo, concreto verso il cambiamento, anche nei contesti aziendali.
Per cambiare direzione, qualsiasi decisione od azione vogliamo intraprendere, dobbiamo rallentare, scalare la marcia, fermarci e dare la giusta attenzione al malessere.   

Fare pausa, stare con quello che c’è. Fare spazio ad una consapevolezza esperienziale. Questa è la via mindfulness per sentirsi leader innanzitutto di se stessi e contribuire in modo costruttivo e trasformativo all’interno delle organizzazioni e dei contesti aziendali.   
Solo mettendo la testa fuori dalla prigione posso pensare pensieri liberi. 

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