Il semplice atto di riconoscere i tuoi pensieri come pensieri, può renderti libero dalla realtà distorta che essi spesso creano e genera un maggior senso di chiarezza e di padronanza sulla tua vita, Jon Kabat-Zinn

in queste giornate di pandemia ancora presente, in cui si torna a percepire il rischio e la paura di una nuova ondata, viene naturale tornare ancora una volta a quell’essenzialità che la paura della morte e la consapevolezza di essere viva ti portano a cercare. Sarà l’età ma sento forte la spinta a stare in una dimensione di presenza, di realizzazione, di ricerca di autenticità. 

Ogni momento è prezioso e va trattato con cura e presenza, può essere il momento per risvegliare il nostro potenziale ancora inespresso. 

Se fossimo liberi da certi pensieri limitanti come ci muoveremmo nel mondo? E se fossimo libere dall’ansia di perfezione e dalla paura di sbagliare?

Se facessimo spazio al nostro lato coraggioso anche solo con l’immaginazione, dove arriveremmo? Se ci rinnovassimo e lasciassimo andare le definizioni identitarie del passato e ci immergessimo nella nostra novità? 

Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio. Non osare è perdere se stessi. Søren Kierkegard

Sono domande impertinenti, domande che ci fanno assumere una posizione diversa. Sono domande scomode, nel senso che ci invitano ad uscire da quelle che crediamo essere le nostre zone di comfort, le abitudini mentali innanzitutto. Domande che vengono esplorate nelle conversazioni di Coaching, domande che ci invitano e ci conducono alla nostra autenticità.

Proviamo ad osservare come risponde anzi, come reagisce il nostro pensiero a queste sollecitazioni. 

Ognuno ha i suoi percorsi preferiti, le sue autostrade conosciute. Possiamo semplicemente osservare, e prendere nota, incuriosirci dei nostri schemi/sbarre.

Riusciamo a vedere le prigioni del pensiero? 

Guardare il nostro film proiettato sullo schermo, con il copione a portata di pensiero. Si presenterà forse il giudice severo, il generale sulla spalla, oppure la paura di non essere perfette. Potremmo reagire semplicemente rimandando la questione perché non è proprio il momento. 

To think outside the box, you have to see the box, Richard Boyatzis

Stiamo con quello che incontriamo, fermiamoci. Facciamoci osservatori dell’esperienza.

Emergerà magari l’impazienza, lo scetticismo, o quel lato pessimista e critico che smonta gli entusiasmi, stiamo anche con queste emozioni difficili. Non forziamo, diamoci tempo e sfidiamoci a stare ancora un momento con quello che si presenta, e poi ancora un altro momento, un respiro dopo l’altro. Lasciamoci attraversare, che si ampli la nostra consapevolezza.

Come al cinema lasciamo che queste emozioni scorrano, senza farci agganciare, senza fermare le immagini, diamoci il tempo affinché la nebbia possa diradarsi, le acque si calmino e la sabbia della mente si depositi sul fondo. Posso rassicurarmi e tranquillizzarmi, che non sta accadendo nulla di pericoloso. 

Sono solo pensieri, immagini, proiezioni della mente, posso rilassarmi, far loro posto, accoglierle.

E posso così, con tranquillità scendere un pò più in profondità.

Cosa trovo al di là dei vincoli della mente, oltre l’ansia, la paura, lo scetticismo, la fretta, la distrazione, oltre il fare? 

Posso incuriosirmi ed iniziare, con leggerezza, ad esplorare quei territori? 

L’invito è quello di sedersi, fare pausa e spazio a quel nostro lato coraggioso che magari abbiamo sfiorato, respinto, forse sedato. 

Posso anche tenermi al caldo le mie domande impertinenti e lasciare che si accomodino, che le risposte prendano forma, col tempo che ci vuole. 

Gli ostacoli, i vincoli che incontrerò dicono di me, vanno osservati e maneggiati con cura, vanno portati in superficie, nominati. 

Mettiamoci in ascolto di noi, con pazienza e cura delicata. Offriamoci attenzione, un’attenzione affettuosa. Quell’attenzione che sa cogliere le piccole differenze che si fanno largo. Le delicate novità dell’animo.  

Se fossi libera dalla paura, dall’ansia cosa oserei? io viaggerei, viaggerei. Sono giorni che questo desiderio si muove e fluttua nelle mie viscere. Superando le questioni pratiche, il covid, il tempo, i soldi, il genitore anziano.  Cosa davvero mi blocca, mi impedisce di agire, di partire? l’ansia, la paura. Il timore di non essere abbastanza, di stare male, di sentirmi sola, di non sapere, non saper viaggiare. E mentre descrivo le mie paure, già le sento rarefarsi, dissolversi, ridimensionarsi Posso fare spazio alle mie risorse, alla mia saggezza, a quella parte di me che sa.

Portare in superficie i blocchi, gli impedimenti reali, quelli che stanno ormeggiati in profondità, è il primo passo importante verso il cambiamento.

Posso confrontarmi con i miei limiti, posso prendermene cura, posso osservarli, ridimensionarli, coccolarli. Posso accettarli e riconoscerli, superarli. Posso semplicemente accostare loro le mie piccole, creative soluzioni. Non saranno risolutive, ma con un passo alla volta, posso procedere.

La consapevolezza, quella profonda, esperienziale, oceanica, che sta sotto le onde increspate del pensiero, è una carezza per l’animo, e un luogo del cuore che non ha periferie, né confini, può contenere coraggio e vulnerabilità. Fa spazio alle mie parti luminose e a quelle più cupe, alla mia complessa verità. Tiene insieme senza giudizio, etichette, colpe. 

Esploriamo quel territorio senza colonizzarlo con i vincoli e i limiti del pensiero e del giudizio. Lasciamoci sorprendere dal nostro coraggio interno. Lasciamoci intenerire dalla nostra insicurezza, dalle nostre paure. Cosa emergerà da quell’incontro? 

Prendiamo atto della nostra molteplicità, della nostra ricchezza, del nostro potenziale, della libertà che incontriamo quando semplicemente stiamo, momento dopo momento.

Incuriosiamoci delle nostre risposte alle domande impertinenti. Permettiamo al cambiamento di fluire, non ingabbiamoci in definizioni cristallizzate, lasciamo che possa affiorare la nostra essenza libertaria, conosciamola.

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